Tra i Buccella Runners, un nuovo podista alla Mezza di Novara sfida anche l’inverno.


Domenica mattina, 13 gennaio, ore 6: nebbia, freddo e -4 gradi. Si fa molta fatica a capire cosa ci sia al di là delle finestre, in quanto tutto è indistintamente grigio e umido.

La decisione più comoda sarebbe quella di tornare al caldo rassicurante del piumone, tanto è domenica e per oggi la sveglia può attendere. E, invece, quello che accade è altro:  pantacollant termico nero, intimo termico, scaldacollo e scarpe. Indossati uno dopo l’altro, accompagnati da un pensiero in sottofondo che fa rumore, squarciando il silenzio dell’abitazione. Ci aspetta Novara, tra 3 ore lo starter decreterà la partenza della Mezza Maratona di San Gaudenzio. La prima corsa dopo le vacanze di Natale, ma soprattutto la corsa che segna il mio battesimo nella mia nuova squadra podistica: i Buccella Runners. Non vedo già l’ora di indossare la mia nuova canotta rossa.

Aggiungo altri 3 strati al tutto e, sotto il solito sguardo domenicale interrogativo del mio quattrozampe, mi dirigo alla macchina e parto. Tra strade ghiacchiate, nebbiose e totalmente deserte, arrivo a Novara che inizia a svegliarsi e a rumoreggiare. I “pazzi” della domenica sono arrivati: giacche colorate, colori catarifrangenti, cappelli, guanti e scarpe di vari colori e modelli riempiono il piazzale dello sport. Tutti infreddoliti, che probabilmente si domandano: ma chi ce lo fa fare? Ma sono tutti li. Perché alla fine, la corsa è il nostro sport e ci fa stare bene. E vince su tutto: i -4 gradi, la nebbia, la pioggia e il riposo domenicale. Che poi, per inciso, la domenica di un runner è forse il giorno più impegnativo perché se non ci sono le corse, ci sono i lunghi lenti. Insomma, non si lavora, ma non si dorme lo stesso!

Chi dorme non piglia pacchi gara

Una volta giunto al palazzetto, incontro la mia nuova squadra, un bellissimo gruppo, sorridente e infreddolito come me. Davanti ad un caffè, preso più per esigenze di riscaldamento che di risveglio, mi consegnano la mia nuova divisa che indosso mentre ci cambiamo in palestra. Il momento del cambio è inizialmente difficile, a causa del freddo. La preparazione però è sempre un momento divertente e piacevole per me. Prima di tutto penso: va tutto bene, mancano solo 21,097km al ristoro. Sembra banale, ma almeno mi motivo in qualche modo! Dopo il ritiro dei pettorali, la foto di gruppo e la consegna un po’ controvoglia degli indumenti che ci tenevano caldi, o almeno provavano a farlo, usciamo dal palazzetto.

I -4 gradi ora si sentono tutti! Non ci sono pantacollant, scaldacollo, guanti o canotte termiche che tengano! Siamo circa 1300 persone alla partenza. 1300 persone con un hobby, che la maggior parte della gente non capirà forse mai. 1300 persone che almeno 100 volte nella loro vita hanno ricevuto questa domanda: “Ma chi te lo fa fare?” “Ma una volta che hai corso come un criceto in un parco o su una strada, che cosa ne hai guadagnato?”.

Per la prima volta, quindi, inauguro la mia nuova canotta e agli occhi di tutti sono un Buccella Runner anche io, devo dire con orgoglio.

 

Dopo la partenza, il percorso si snoda in una ex area industriale, alle spalle della stazione, che probabilmente qualche secolo addietro era una zona viva, produttiva, fumosa e abitata da tanti operai che tutte le mattine compivano il rito di recarsi a lavoro, magari in condizioni climatiche più rigide di quelle che ci stanno accompagnando durante la corsa. Tutto quello che c’era, ora non c’è più.

La zona sembra abbandonata, silenziosa e piena di ricordi. Al terzo km sulla nostra destra c’è una fila di camion fermi, di rimorchi con container in attesa di essere ammessi (probabilmente in serata) ad un ingresso definito da un cartello che recita “Autostrada Viaggante”. Il mio pensiero va subito alla mia tesi di Laurea che trattava proprio di questo e penso sorridendo: finalmente dopo 16 anni, la mia tesi è servita a qualcosa perché capisco il significato di questo cordone di tir e del cartello che li condurrà al loro prossimo viaggio!

Una marea colorata e un sole che scaldano cuore e gambe!

Dopo aver superato il cavalcavia della stazione (prima salita dopo circa 6 km), la marea di runner colorata giunge nel centro storico della città che ci accoglie con il sole, che ora ci sembra caldissimo e complice. Le persone con o senza famiglia passeggiano, probabilmente come ogni domenica. Alcune provenienti dai bar o pasticcerie del luogo per il rito della colazione in famiglia con l’immancabile quotidiano, meglio se rosa essendo domenica, e alcune dirette verso le Chiese per assistere alla Messa.

Alcune persone sono li, ai bordi delle strade, ad applaudirci, tifare per qualche amico o conoscente e i bimbi tendono la mano in attesa di “battere un cinque”, cosa che devo ammettere mi piace moltissimo. Cerco sempre la mano di un bambino mentre corro perché nella sua semplicità, il gesto mi carica e credo trasmetta un significato anche a loro che cercano il contatto.

E noi continuamo a correre giungendo alla bellissima basilica di San Gaudenzio, la cui cupola sovrasta il panorama visibile dalla linea ferroviaria o stradale Milano-Torino, insieme al grande cartello “De Agostini” che svetta nei pressi, e di seguito ad una villa che percorriamo lateralmente. Metà del percorso è stato fatto. Abbandoniamo quindi il centro per snodarci per le vie della città nuova. Il clima diventa meno amichevole e qualche clacson di protesta degli automobilisti in coda agli incroci, bloccati dagli agenti della Polizia Locale, inzia a rumoreggiare. Insomma, ancora una volta mi chiedo perché la gente la domenica mattina alle 10 ha la stessa fretta che caratterizza i giorni lavorativi, ma smetto di domandarmelo quasi subito perché so già che non potrò mai saperlo.

Le vacanze di Natale passate da poco iniziano a presentare il conto, influendo sull’andatura più pesante e meno fluida del solito. D’altronde siamo solo a gennaio e la vera preparazione è appena incominciata. Oggi il tempo non conta, conta solo onorare l’appuntamento, anche perché è il primo con la mia nuova società.

L’acqua presente ai ristori è molto fredda, ma stupirebbe il contrario data la temperatura alla quale le bottiglie sono esposte. Si beve quindi poco e piano.

Dopo il 15°km, il passo torna a essere più confidenziale. Il percorso punta nuovamente verso la stazione ferroviaria. Ripassiamo sul cavalcavia, con una conseguente salita intorno al 17 km, quella che io considero una “spezzagambe” finale e, ripassando presso le fabbriche un tempo rumorose e vivaci, arriviamo nuovamente al palazzetto dello sport dove è situato il traguardo. C’è ancora modo di effettuare un cambio di passo, giusto per sciogliere le gambe. Il tempo di salutare alcuni compagni già arrivati e che scattano fotografie a noi, a mano a mano che giungiamo, e il traguardo è li.

Il tempo è più alto del solito, ma oggi non importa. Ho corso, le condizioni erano difficili, ma come diceva sempre il mio primo personal trainer: sono le condizioni difficili a rendere un’impresa eccezionale. Ecco, probabilmente questa non è un’impresa (sono pur sempre 21km, non 42km o un Iron Man o chissà cos’altro), ma l’averla portata a termine riveste un significato importante.  Ci si ritrova all’interno del palazzetto, all’ambito ristoro dopo aver ritirato il pacco gara che merita una menzione particolare. Eh si, perché anche se facciamo finta di nulla, probabilmente molti di noi lo analizzano pezzo per pezzo, prodotto per prodotto per giudicarlo e valutarlo. Insomma, il pacco gara ci appaga, se lo riteniamo adeguato all’evento! E in questa occasione, il riso e il gogorgonzola mi strappano un sorriso di felicità.

Sugli spalti ora vi è il rito del cambio. Ci svestiamo degli abiti di corsa e, questa volta senza fretta, ci cambiamo e rimettiamo gli abiti di cui tanto difficilmente ci eravamo privati un paio di ore prima. Si continua a parlare, a ridere e scherzare. Io sono contento, sia per la corsa sia per aver trovato un bel gruppo con cui è impossibile non stare bene. Variegato, allegro, molto unito.

Ormai è mezzogiorno, riparto da Novara e torno a Milano. Mi aspetta il pranzo, ma senza sensi di colpa questa volta! In auto trovo i messaggi della mia migliore amica, che causa influenza non è potuta venire e, come sempre, la inondo di risposte vocali di 10 minuti, quasi come dovessi rendere onore alla canzone dei The Giornalisti.

Riassumendo: sveglia alle 6, -4 gradi, ghiacchio, freddo e umido. 50 km di auto in strade provinciali deserte e, alcuni tratti, di campagna, 21,097km in canotta e calzamaglia per le vie di una città, rientro a casa, pranzo e nessun riposo, perchè nel frattempo stanno per decretare il fischio di inizio della partita del Taranto.

Quella che ho vissuto io il 13 gennaio può essere considerata una domenica solita di un runner. Sveglia presto, spesso anche prima di quella settimanale, allenamento o corsa (che siano 10,21, 30 o 42 km). Non importa poi se si corre con il sole, con la pioggia, la neve o la nebbia o sottozero. Probabilmente tutte le volte ci si chiede il perché lo facciamo, soprattutto la domenica, ma alla fine lo facciamo e basta. E pazienza se tanti non riescono a comprenderci.

Quando si arriva al traguardo, tutto viene ripagato. Appuntamento alla prossima mezza, il 10 febbraio a Vittuone. Probabilmente sempre con una temperatura sotto lo zero ma, inutile dirlo, ci saremo anche lì!

 

 

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